La Cina del 2000 nelle fotografie di Wang Qingsong e Jiang Zhi

Per il primo appuntamento espositivo in questo spazio dedicato all’ arte fotografica dell’Università Bocconi di Milano abbiamo pensato di proporre due affermati artisti cinesi, Wang Qingsong e Jiang Zhi, per diversi motivi. Il primo è che da quando la Cina è diventata una potenza economica con tassi di crescita impensabili per il mondo occidentale ha parallelamente sviluppato un mercato dell’arte prima praticamente inesistente. Questo sviluppo ha consentito a migliaia di artisti, superando ritardi e difficoltà dovuti alle restrizioni dell’ideologia imperante nella grande nazione asiatica, di poter esprimersi e divulgare la loro arte con maggiore libertà. Molti di questi artisti sono diventati famosi anche in Occidente consentendo quindi al pubblico e agli operatori europei e americani di conoscere le grandi trasformazioni nell’arte cinese degli ultimi due decenni.

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Jiang Zhi dalla serie Rainbow n.1, 2006, digital color print, cm 80×120, edizione 6/12
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Wang Qingsong, Incarnation, 2002, stampe cromogeniche, trittico, cm 100×63, cm 100×58, cm 100×63, edizione 9/25

 

Wang Qingsong ‒ nato nel 1966 nella provincia di Heilongjiang in Manciuria, dopo gli studi d’arte si trasferisce a Pechino dove abbandona la pittura per la fotografia ‒ è noto come un artista che si pone in modo dialettico con il potere culturale, cercando di evidenziarne le contraddizioni, rifiutando, come tutti i suoi colleghi non allineati, le indicazioni per un’arte cosiddetta realistica, ma notoriamente propagandistica. Di Wang Qingsong proponiamo, in questa sede, alcune opere delle serie “Preincarnation” e “Incarnation”, ambedue lavori del 2002, in cui l’artista rivisita le icone della religiosità buddista: le statue sono riprese con spirito apparentemente documentario, su fondi neutri sui quali risaltano le pose dei personaggi e i loro aspetti materici a cominciare dalle dorature. Tuttavia in questa lettura fotografica di statue che dovrebbero rappresentare lo spirito di serena interpretazione della vita tipico della religione orientale l’artista introduce elementi di rottura e straniamento, quasi a voler testimoniare la distanza tra la tradizione religiosa e la sterminata popolazione cinese, completamente presa dalle istanze del consumismo che hanno fortemente emarginato quelle spirituali.

Jiang Zhi ‒ nato nel 1971 a Yuanqiang, nella provincia di Hunan e attualmente operante tra Pechino e Shenzhen ‒ è un artista multimediale che spazia dalla pittura alla fotografia al video e fa parte anche lui della schiera di artisti che si pongono in modo dialettico rispetto ai velocissimi mutamenti della società cinese, mettendo in evidenza le contraddizioni del sistema consumistico che la gente della sua nazione pare perseguire con accanimento.

In questa ottica nasce nel 2006 il lavoro Rainbow di cui presentiamo qui una serie di opere: si tratta di fotografie manipolate di paesaggi e persone dominati da cieli quasi innaturali nei loro colori saturi sui quali si stagliano grandi, surreali arcobaleni gremiti dagli oggetti della società dei consumi. Viene in mente la scena finale del film Zabriskie Point ‒ realizzato da Michelangelo Antonioni nel 1970, un anno prima della nascita di Jiang Zhi ‒ in cui gli oggetti tipici del consumismo si frantumano nel cielo in seguito a una simbolica esplosione. Quasi cinquanta anni dopo l’artista cinese ripropone un messaggio simile ma di senso completamente diverso dove gli oggetti di consumo vengono visti come un miraggio per milioni di persone che se ne stanno impadronendo velocemente.

Ingresso gratuito Via Sarfatti 25 piano seminterrato

Orari lun-ven 9-20 / sab 10-18

Dal 5 Ottobre al 20 Novembre

La Fotografia d’Arte in Bocconi

Una sede universitaria fa pensare comunemente a un luogo elitario dove la severità della struttura e della mission sono tutt’al più vivacizzati dall’esuberanza giovanile degli studenti. L’università Bocconi, con la pregevole e ormai consolidata iniziativa annuale BAG, Bocconi Art Gallery, opera una decisa rottura della fruizione di questi luoghi dedicati ai massimi livelli dello studio e della conoscenza.
In questa logica ‒ intesa a divulgare l’arte in una sede universitaria tra le più prestigiose ─ si inserisce la programmazione di una serie di mostre dedicate esclusivamente alla fotografia d’arte.
Fabio Castelli ─ collezionista e studioso di fotografia, nonché curatore e fondatore di MIA Photo Fair, la fiera internazionale dedicata alla fotografia d’arte che si tiene ogni anno a Milano ─ ha raccolto l’invito di organizzare e curare una serie di mostre fotografiche nell’arco della stagione 2016-2017.
«Ho cercato» afferma Castelli «di selezionare opere e autori italiani e stranieri di livello internazionale ma relativamente meno conosciuti in Italia e a Milano in particolare. Il centro del collezionismo in Italia è tra i più attivi anche nel campo della fotografia offrendo, con le sue gallerie private e istituzioni pubbliche, un ampio e articolato ventaglio di proposte di alta qualità, dalle piccole gallerie che propongono nomi meno conosciuti e magari bravi esordienti alle grandi mostre collaudate a livello internazionale. Un’offerta che viene poi ogni anno confermata, e in un certo senso riassunta in occasione di MIA Photo Fair, la fiera internazionale dedicata alla fotografia d’arte, una manifestazione in continua crescita che raccoglie più di cento gallerie italiane e straniere presentando centinaia di artisti e progetti e più di un migliaio di opere esposte.
«Ecco allora», prosegue Castelli, «che ho pensato a un progetto espositivo per l’Università Bocconi che presenti non tanto opere e artisti che a Milano si sono già visti o si possono vedere in altre situazioni, ma mostre che, mantenendo una standard altissimo di qualità, costituiscano anche, per quanto possibile, una novità nel panorama espositivo della nostra città».

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