Lettere al direttore. Lele Lanfranchi

Pagine di Fotografia Italiana | N. 4 – Estate 2005
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Sono un collezionista di arte contemporanea che sta seguendo con crescente attenzione le opere prodotte dagli artisti che utilizzano la fotografia come loro linguaggio espressivo. Negli ultimi anni, osservando le opere fotografiche in varie situazioni espositive, ho notato una variabilità notevole nella loro presentazione e produzione. Oltre alla classica fotografia di dimensioni contenute, presentata con il passepartout in una cornice con vetro, le fotografie vengono presentate anche al vivo, montate su supporti diversi o direttamente stampate su di essi. Altre volte l’immagine appare inglobata completamente in un sandwich di materiali diversi, tra i quali prevale il plexiglass applicato sulla superficie anteriore dell’immagine. Si sa inoltre che negli ultimi tempi molte stampe sono eseguite non più con un’esposizione tradizionale, per mezzo di un ingranditore, ma con un procedimento digitale che passa dalla scansione dell’originale per poi arrivare alla stampa attraverso la decodificazione del file. Insomma mi pare che tra procedimenti tradizionali e innovazioni tecnologiche le possibilità di realizzare un’immagine fotografica adatta alla conservazione siano davvero tante. Vorrei quindi approfondire la conoscenza sia delle diverse tecniche stampa che le caratteristiche di ciascuna anche in funzione della conservazione nel tempo.
Ringraziandovi, vi invio i miei migliori saluti, Lele Lanfranchi.


 

Si sta assistendo a una rivoluzione nella tecnica della stampa fotografica che va di pari passo con l’evoluzione della fotografia, metodo espressivo ormai carico di ruoli numerosi e diversi. Le tecniche e le modalità con cui le opere sono presentate sono funzionali al linguaggio del suo creatore e alle emozioni che si vogliono suscitare. Tralascio di parlare della classica stampa su carta fotografica con l’utilizzo dell’ingranditore, ma mi soffermo sulle nuove tecniche che sono quelle che mi sembra siano l’oggetto del Suo interesse. Direi che i filoni principali sono due, con una premessa comune: la costituzione di un file digitale, ottenuto o direttamente attraverso una macchina da ripresa digitale o per mezzo di uno scanner che legge e traduce in formato digitale un’immagine impressa su una stampa o su un originale, di solito una pellicola trasparente positiva o negativa. L’ottenimento di questo file permette di utilizzare nella fase finale di produzione due tecniche di stampa, a getto d’inchiostro o Lambda, sui più diversi supporti come la carta cotone o la pellicola endura (che ha sostituito la cibachrome) o altri. È evidente che la preoccupazione dell’industria, in questo campo, è di servire il mercato dell’arte attraverso la fabbricazione di supporti che garantiscano la durata nel tempo. Il discorso, a questo punto, diventa complesso e ci è parso opportuno approfondire l’argomento attraverso le interviste, qui di seguito, ai titolari di due aziende specializzate nella stampa “fine art”.

Fabio Castelli