Lettere al direttore. Suzy Shammah

Pagine di Fotografia Italiana | N. 2 – Autunno 2004
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Caro Fabio,
vorrei chiedere la tua opinione, in qualità di profondo conoscitore di fotografia, come collezionista prima e come gallerista oggi, sulla spinosa questione della tiratura nell’ambito della fotografia contemporanea. Nella mia posizione di neo gallerista ho avuto modo di confrontarmi su questa tematica con un certo numero di addetti ai lavori di comprovata professionalità, ricevendo, con un certo sconforto, pareri diversi. Per alcuni l’edizione non è vincolata al formato dell’immagine, e quindi entro una data tiratura possono essere realizzati formati diversi; per altri è fondamentale che l’edizione sia limitata ad un unico formato, considerando piuttosto la possibilità di realizzare edizioni diverse per ciascun formato.
Venendo a mia volta interpellata in merito dagli artisti e, più spesso, dai collezionisti, vorrei conoscere il tuo punto di vista al riguardo.

Cordiali saluti,
Suzy Shammah
Cara Suzy,
la problematica che mi poni tocca un aspetto estremamente delicato e dibattuto nel quale sono coinvolti, come tu ricordi, oltre agli artisti, i galleristi e soprattutto i collezionisti o in genere gli acquirenti di opere d’arte che costituiscono l’anello finale, ma non per questo meno importante, della catena. Problematica importante anche per le implicazioni etiche del nostro lavoro. Tenterò di delineare brevemente la mia personale opinione che si riflette sulla metodologia di produzione di Fotografia Italiana.
Il primo problema che si pone con tutte le opere d’arte riproducibili, e in particolare con la fotografia che è riproducibile in un numero di copie infinito, è quello relativo alle diverse dimensioni della stampa finale: molto spesso la stessa opera – e questo accade soprattutto secondo un metodo “americano” – viene presentata in tirature diverse a seconda delle dimensioni di stampa. Secondo me invece la dimensione dell’immagine finale fa parte del linguaggio dell’artista senza che, tuttavia, l’eventuale cambiamento del formato stesso dia luogo a un’opera diversa.
L’artista certifica, con la sua firma, che la dimensione con cui è presentata l’opera fa parte della sua poetica espressiva. Ci sono infatti molte immagini che diventano meno significative in una dimensione troppo piccola e altre che invece non reggono grandi dimensioni. Ma non si può certo dire che cambiando dimensione l’immagine sia così diversa da giustificare una tiratura come se fosse un’altra opera. Ribadisco quindi che non è serio anzi, al limite del truffaldino, dare numerazioni diverse alle stesse opere stampate in misure diverse. E aggiungo che in caso fossero prodotte delle prove d’artista, queste ultime devono essere citate nella tiratura complessiva. Esempio: tiratura in 5 esemplari in formati differenti + 2 p.d.a..
Se questa metodologia di produzione divenisse generale e preponderante si eviterebbero molte discussioni, salvaguardando la produzione dell’artista e le garanzie dell’acquirente.
Ti ringrazio per l’occasione che mi hai offerto di toccare questo argomento.

Fabio Castelli